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	<title>Articoli &#8211; MilanNight V3 TEST</title>
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	<title>Articoli &#8211; MilanNight V3 TEST</title>
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		<title>Tra il campo e la scrivania: la vittoria contro il Lecce non cancella i dubbi di una gestione incompiuta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 05:30:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dopo la brutta sconfitta con il Benfica di mercoledì scorso, un appuntamento dove la prima sfida in Europa League contro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo la brutta sconfitta con il Benfica di mercoledì scorso, un appuntamento dove la prima sfida in Europa League contro una delle nobili del calcio continentale, dopo un anno intero vissuto fuori dalle coppe, andava rispettata con ben altra attenzione per atteggiamento e preparazione rispetto a come è stata affrontata, il Milan e Rúben Amorim erano chiamati a un immediato e perentorio riscatto. Ai tempi di Adriano Galliani per una caduta del genere si sarebbe scatenato il finimondo a Milanello.<br />
L&#8217;obiettivo era chiaro: superare la prova di campionato per affrontare la lunga sosta per le Nazionali con maggiore serenità, evitando di far precipitare l&#8217;intero ambiente rossonero nel consueto e logorante psico-dramma già a metà settembre. Vittoria doveva essere e vittoria è stata contro il Lecce, un successo scaccia-pensieri che regala tre punti fondamentali e garantisce la speranza di vivere una ventina di giorni nella maniera più tranquilla possibile. Ma per far sì che questo successo non rimanga un episodio isolato e per costruire un percorso davvero solido al rientro dalla pausa, a mio avviso Amorim deve prendere atto della realtà e comprendere alcune dinamiche chiarissime. Non servono rivoluzioni copernicane o alchimie da laboratorio: basterebbe applicare un po&#8217; di sano pragmatismo per rimettere gli uomini giusti nelle condizioni ideali per rendere al meglio.<br />
​A partire da Adrien Rabiot, che proprio contro il Lecce ha mostrato cosa significa giocare nella sua zolla naturale al fianco di Modrić, trasformando immediatamente il volto della squadra. Il francese deve stare lì, piantato nella linea mediana, per prendere per mano il centrocampo, garantire fisicità, impostare e accompagnare l’azione partendo da dietro. Continuare a inventarselo trequartista trenta metri più avanti significa soltanto depotenziarlo, privando al contempo la squadra di sostanza e qualità al centro del villaggio. D’altronde, bere un buon bicchiere di vino dentro una pentola invece che nel calice adatto non serve a nulla, se non a sciupare un piacere. La stessa coerenza tattica va pretesa per Diego Moreira, che a destra appare visibilmente limitato e costretto a giocate innaturali che ne frenano l&#8217;esplosività. Allo Strasburgo ha giocato, e bene, agendo a sinistra, ed è esattamente lungo quella corsia che si giustifica l&#8217;investimento fatto su di lui, senza bisogno di trasformarlo nell&#8217;ennesimo esperimento a piede invertito.<br />
​C&#8217;è poi un tema di meritocrazia pura che riguarda Alpha Cissè: in questo momento un ragazzo in uno stato di grazia simile deve stare in campo dal primo minuto, senza guardare i nodi del curriculum, gli ingaggi pesanti o le gerarchie prestabilite. Se uno segna, trascina e porta punti, gioca. Io sono da sempre favorevole all&#8217;inserimento dei giovani, a maggior ragione in una rosa mal costruita e priva di grande talento come questa, dove l&#8217;età non può e non deve rappresentare un limite. Allo stesso tempo, però, mi permetto di segnalare che la gestione di Francesco Camarda rischia di non servire a nessuno, in primis al ragazzo. Gonçalo Ramos non potrà giocarle tutte, e regalare a Camarda soltanto qualche briciola negli ultimi cinque minuti a risultato acquisito non aiuta la sua maturazione. Se si crede davvero nel suo potenziale, servono spezzoni di partita ben più consistenti e coraggiosi. Un discorso analogo vale anche per Christian Comotto: anche qui staremo a vedere con molta attenzione come verrà gestito. Il talento va accompagnato con percorsi chiari e minuti veri sul campo, non con presenze di facciata pensate soltanto per fare statistica o compiacere la piazza. ​Al contrario, bisogna smettere di chiedere ad Alexis Saelemaekers compiti da rifinitore creativo tra le linee che semplicemente non appartengono al suo bagaglio tecnico. Il belga può regalare qualche bello spunto ogni tanto, come contro il Venezia, ma la sua collocazione naturale resta quella di quarto di centrocampo o di copertura, dove le sue doti di corsa, equilibrio e pressing diventano preziose a supporto di chi ha la responsabilità di metterla dentro.<br />
​Infine, serve il coraggio di affrontare a viso aperto gli equivoci irrisolti di questa rosa, a partire da Ruben Loftus-Cheek e Pervis Estupiñán, due elementi che oggi rischiano di rivelarsi controproducenti per l&#8217;economia di squadra. Loftus-Cheek possiede un fisico e un bagaglio tecnico capaci di illudere chiunque, ma finisce troppo spesso per non entrare nei meccanismi collettivi, rallentando e sporcando la manovra. Allo stesso modo, le disattenzioni e i vuoti di continuità di Estupiñán sulla corsia mancina ci espongono a pericoli continui. Amorim farebbe bene a prendere decisioni nette su entrambi, accomodandoli in panchina senza troppi indugi.</p>
<p style="text-align: justify;">​Accanto alle questioni di campo, c&#8217;è un altro grande dubbio che mi assale se alzo lo sguardo verso la struttura del club. Da qualche giorno abbiamo un nuovo Chief non si sa bene di quale settore, l&#8217;ennesima casella riempita con un titolo altisonante pescato dal gergo aziendale moderno. Invece io mi chiedo: a livello tecnico o tattico, che poi è l&#8217;unica cosa che ci interessa davvero quando andiamo allo stadio o ci mettiamo davanti alla tv , un allenatore dalle idee così rigide come Amorim con chi si confronta quando c&#8217;è da analizzare la squadra? Con chi può fare un discorso tecnico viscerale, di quelli in cui ci si guarda negli occhi e si parla la lingua del pallone? Con figure come Almastadt, Cucurella, Garnier o con Cardinale stesso? Il rischio è quello di rimanere impantanati in una sovrastruttura pensata per ogni aspetto commerciale, ma lontana da ciò che succede dentro i novanta minuti sul prato verde. Guardo quello che sta facendo il Como e capisco che, in fondo, quel modello è esattamente ciò che Cardinale vorrebbe per il suo Milan. La differenza sostanziale, però, è che la proprietà del Como ha capito qualcosa di fondamentale che da noi sembra sfuggire: per raggiungere determinati traguardi serve gente competente, servono progetti seri condotti senza improvvisazione e, soprattutto, serve una visione sportiva profondamente diversa. Il Como non ha basato la sua crescita sul mero player trading o sulla speculazione; ha investito con un&#8217;idea chiara, affiancando alla disponibilità economica la competenza di uomini di calcio. Io sarei anche disposto ad armarmi di pazienza, ad accettare un percorso di crescita graduale e a veder salire la squadra un gradino alla volta, se solo vedessi fare le cose con logica, criterio e un senso compiuto. Invece, guardando la strada intrapresa da questa dirigenza, io un futuro in quello che stanno facendo proprio non riesco a vederlo.<br />
​Io sarò pure all&#8217;antica e ammetto volentieri di non comprendere fino in fondo le dinamiche di questo calcio moderno, dove i dati sembrano contare più delle sensazioni e dove ogni allenatore viene subito dipinto come un gran maestro di tattica. Però una cosa la so con certezza: qui servono uomini di campo. È un principio elementare di buon senso: se io possiedo una fabbrica che produce scarpe, non mi sognerei mai di affidarne la gestione tecnica a chi fino al giorno prima si occupava di occhiali, per quanto brillante possa essere il suo profilo manageriale. Ognuno dovrebbe operare con le competenze specifiche del proprio settore.<br />
​Eppure oggi viviamo nell&#8217;epoca dei ruoli altisonanti, dove si pensa che un grafico aziendale possa sostituire l&#8217;occhio clinico di chi il campo lo ha vissuto per una vita intera. E attenzione a fare i soliti paragoni con Arrigo Sacchi per giustificare questi percorsi: quarant&#8217;anni fa, dietro le idee del tecnico di Fusignano, c&#8217;era una società presente ogni giorno a Milanello e guidata da una visione sportiva chiarissima. C&#8217;erano dirigenti che conoscevano le dinamiche di uno spogliatoio, pronti a proteggere l&#8217;allenatore ma anche a richiamarlo con fermezza alle sue responsabilità. Senza quella competenza e quell&#8217;autorevolezza alle spalle, anche le idee più affascinanti rischiano di trasformarsi in complessi esperimenti fine a se stessi. Amorim faccia molta attenzione, perché il pubblico di San Siro chiede anzitutto chiarezza e concretezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>Roberto Donadoni: l’arte della fascia e la classe infinita del primo grande colpo berlusconiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 05:00:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Ritratti]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; ​Estate 1986. Una folla entusiasta e trepidante si raduna nell’iconica cornice dell’Arena Civica di Milano per riabbracciare i propri [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">​Estate 1986. Una folla entusiasta e trepidante si raduna nell’iconica cornice dell’Arena Civica di Milano per riabbracciare i propri beniamini in occasione del primo, leggendario raduno estivo dell’era targata Silvio Berlusconi. All&#8217;improvviso, dagli altoparlanti posizionati attorno al campo si diffondono le note solenni della “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner e dal cielo milanese scendono maestosi gli elicotteri che trasportano i giocatori rossoneri. Da uno di quei velivoli scende una faccia nuova per l&#8217;ambiente: è un ragazzo bergamasco nato a Cisano Bergamasco, dai capelli ricci e scuri, destinato ad entrare a pieno titolo e dalla porta principale nella storia di questo club. Fuori dal campo questo giovane è schivo, timido, riservato, quasi inclino a scomparire quando si spengono i riflettori. Non ama le copertine patinate, parla poco e preferisce far parlare i fatti all&#8217;interno del rettangolo di gioco. Proviene dall’Atalanta e il suo nome è <em><strong>Roberto Donadoni</strong></em>.</p>
<p style="text-align: justify">​L&#8217;operazione che lo porta a Milano rappresenta una vera e propria spaccatura nella geografia del calcio italiano dell&#8217;epoca. La società di Bergamo ha da sempre un canale privilegiato ed un rapporto solidissimo con la Juventus, perchè praticamente tutti i suoi pezzi pregiati, da Gaetano Scirea ad Antonio Cabrini, finiscono per vestire la maglia bianconera.</p>
<p style="text-align: justify">In quella primavera del 1986, però, il filo si spezza. Dopo aver rilevato il club da Farina, Silvio Berlusconi irrompe con decisione sul gioiello dell’Atalanta, che la Juventus con eccessiva superficialità sentiva già suo, mentre anche la Roma prova ad inserirsi nella corsa. L&#8217;Atalanta si trova in evidente difficoltà di fronte allo strappo, ma il nuovo presidente rossonero sbroglia la matassa invitando ad Arcore il patron bergamasco <em><strong>Achille Bortolotti</strong></em> per una cena decisiva. Mentre <strong>Giampiero Boniperti</strong> va su tutte le furie a Torino per l&#8217;improvviso stop alle comunicazioni, Donadoni ci mette del suo, facendo pressione sul proprio direttore sportivo per coronare il sogno rossonero. Un desiderio nato da bambino, come lui stesso ricorda:<em><strong><span style="color: #0000ff"> &#8220;Al di là del mio tifo per il Milan, mi specchiavo in Rivera: quasi ogni sua giocata ti lasciava a bocca aperta… quando misi le mie prime Adidas Rivera, nere con strisce rosse, mi sembrava di volare&#8221;.</span></strong></em></p>
<p style="text-align: justify">Il 30 aprile 1986, per quattro miliardi di lire più i cartellini di Andrea Icardi e Giuseppe Incocciati, il trasferimento diventa ufficiale. Il primo grande affondo alla Vecchia Signora è servito, provocando persino l&#8217;amarezza di <strong>Gianni Agnelli</strong>, che commenta sbalordito l&#8217;impatto del nuovo patron milanista sul sistema calcio.</p>
<p style="text-align: justify">​Al suo primo anno a Milano, Roberto si inserisce con naturalezza e classe negli schemi di Nils Liedholm. Nonostante i ritmi compassati del gioco del Barone, riesce a dare un&#8217;immediata accelerazione alla manovra e ad alimentare con continuità un ispiratissimo Pietro Paolo Virdis. L&#8217;annata vedrà poi il subentro di Fabio Capello per le ultime battute e la vittoria nello spareggio di Torino contro la Sampdoria per conquistare un posto in Coppa UEFA, ma la vera svolta epocale deve ancora compiersi.</p>
<p style="text-align: justify">​Con l’arrivo di <strong>Arrigo Sacchi</strong> sulla panchina rossonera, Donadoni compie il salto di qualità definitivo, trasformando la posizione di centrocampista, che giochi come ala pura sulla fascia destra oppure come mezzala al centro del campo, in una vera e propria forma d’arte. Sacchi rivoluziona il calcio mentalmente oltre che tatticamente, imponendo alla squadra di dominare sempre e comunque il gioco su ogni campo. Donadoni diventa il collante magico, il motore fluido e l&#8217;elemento tattico indispensabile che fa girare a meraviglia quella macchina perfetta. È l&#8217;anno dell’undicesimo scudetto, che si apre con una sua perla all&#8217;incrocio dei pali al debutto a Pisa e si conclude con il sorpasso esaltante sul Napoli di Diego Armando Maradona.</p>
<p style="text-align: justify">​Donadoni è il tipo di giocatore che accende istantaneamente la <strong>luce a San Siro.</strong> Quando riceve palla sulla linea di fallo laterale, nell&#8217;aria si respira un&#8217;attesa elettrica. I suoi dribbling sembrano giocate che nessun altro è in grado di replicare con pari disinvoltura. Il suo non è un semplice andare via in velocità sfruttando la potenza fisica: è stile puro, è eleganza applicata al pallone. Possiede una capacità di saltare l&#8217;uomo che oggi definiamo senza esitazioni &#8220;illegale&#8221;. La dinamica è un rito ipnotico: parte palla al piede, punta con decisione il diretto marcatore, esegue una doppia finta fulminea e scodella al centro un cross millimetrico.</p>
<p style="text-align: justify">​La sua immensa classe, tuttavia, cammina sempre di pari passo con un coraggio da leone. Il <strong>10 novembre 1988</strong> è una data che rimarrà per sempre scolpita nella sua vita e nella memoria di ogni tifoso. Nel recupero della famosa partita annullata il giorno prima per nebbia allo stadio Marakana di Belgrado contro la <strong>Stella Rossa</strong>, sul finire del primo tempo il numero sette rossonero ha uno scontro drammatico con il difensore slavo Vasilijević. Donadoni crolla a terra privo di conoscenza, battendo la testa sul terreno gelato. La scena è impressionante: Paolo Maldini e Alessandro Costacurta piangono abbracciati, Marco Van Basten si mette le mani nei capelli. Come racconta lo stesso Maldini, Roberto è immobile, con gli occhi rovesciati e i denti serrati a tal punto che risulta impossibile aprirgli la bocca. È il tempestivo intervento del <strong>dottor Monti</strong> a salvarlo dal soffocamento, raddrizzandogli la lingua in campo — la leggenda narra con l&#8217;aiuto di una penna Bic — e praticandogli le prime manovre d&#8217;emergenza che gli provocano la frattura della mandibola pur di riaprirgli le vie aeree. Donadoni rischia la vita, ma la statura di un campione si misura dal rientro: dopo settimane di stop torna in campo più solido e determinato di prima, guidando il Milan fino alla trionfale finale di Barcellona, dove lo Steaua Bucarest viene travolto per 4-0 in un Camp Nou completamente dipinto di rossonero.</p>
<p style="text-align: justify">​La sua partita perfetta, la prestazione che rappresenta un autentico saggio di onnipotenza tecnica, va però in scena il <strong>21 marzo 1990</strong> in una fredda e gelida notte di Coppa dei Campioni a San Siro contro i belgi del<strong> Malines</strong>. Dopo lo 0-0 dell&#8217;andata, Roberto decide di scaldare la platea disputando quella che tutti indicano come la gara migliore della sua intera carriera. La Gazzetta dello Sport gli assegna un grandioso 9 in pagella: dove c&#8217;è il pallone, c&#8217;è Roberto Donadoni. L&#8217;ala rossonera mette in mostra il più vasto e spettacolare repertorio di finte e sterzate, mettendo in crisi totale il difensore Leo Clijsters, costretto al fallo sistematico pur di fermarlo. Esasperato dai continui colpi ricevuti a palla lontana, ad un certo punto Donadoni accenna una reazione e viene espulso dall&#8217;arbitro. Sullo stadio cala un gelo improvviso, poi sciolto nei supplementari dalle reti di Van Basten e Simone. Ma quel cartellino rosso ha un prezzo salatissimo: tre giornate di squalifica che gli toglieranno la gioia di scendere in campo nella finale di Vienna vinta contro il Benfica.</p>
<p style="text-align: justify">​Con un palmarès da capogiro composto da sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe Europee e quattro Supercoppe Italiane in 390 partite ufficiali, Donadoni incarna il simbolo eterno dell&#8217;appartenenza ai colori rossoneri. Persino dopo l&#8217;esperienza negli Stati Uniti con i NY/NJ MetroStars, risponde presente alla chiamata di casa per dare una mano e vincere da protagonista lo scudetto del Centenario nel 1999.</p>
<p style="text-align: justify">Come sintetizza perfettamente Arrigo Sacchi, <em><strong><span style="color: #0000ff">&#8220;la fortuna l’ho avuta io a trovare lui e non lui a trovare me, è sempre stato pronto a dare tutto quello che poteva e anche oltre&#8221;</span>.</strong></em> Se oggi il Milan è riconosciuto nel mondo per lo stile e la bellezza del suo gioco, lo deve a questo straordinario signore del calcio che ha saputo rendere la fascia destra il posto più bello del mondo.</p>
<p style="text-align: justify">​Oggi, è il 9 settembre, nel giorno del tuo compleanno, ci tengo a prendermi un momento per dirti semplicemente grazie. Tanti auguri, Roberto: per me che sono cresciuto ammirando la tua classe e la tua dedizione, e per tutto il popolo rossonero che ha visto la poesia prendere forma sui tuoi piedi, sarai per sempre il nostro simbolo di eleganza e coraggio. Buon compleanno, Campione.</p>
<p><em><strong>W Milan</strong></em><br />
<span style="color: #ff0000"><em><strong>Harlock</strong></em></span></p>
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		<title>L’Azzardo di Amorim e i Buchi di Struttura: Il Milan alla Prova della Verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Harlock]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 05:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
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					<description><![CDATA[​Dopo avervi raccontato per due mesi la favola di una società vincente, guidata da visioni e da una programmazione rigorosa, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">​Dopo avervi raccontato per due mesi la favola di una società vincente, guidata da visioni e da una programmazione rigorosa, mi ritrovo qui con una rabbia che stritola il mio cuore. la volta scorsa vi ho parlato del contrappasso che viviamo noi tifosi rossoneri sulla cinquantina: noi che il Milan lo abbiamo visto dominare e salire sul tetto del mondo, ma che abbiamo anche vissuto sulla nostra pelle gli anni bui e difficili della Serie B. Proprio perché abbiamo attraversato l&#8217;inferno e toccato il cielo con un dito, sappiamo benissimo cosa significa questa maglia. Sappiamo cosa vuol dire non rassegnarsi mai alla mediocrità, al grigio della mezza classifica, alla desolazione e, soprattutto, all&#8217;improvvisazione dilettantesca.</p>
<p style="text-align: justify">​Oggi mi tocca rituffarmi nella cruda realtà rossonera di tutti i giorni. E vi giuro, vi giuro sulla mia passione, che tornerei a rifugiarmi nel nostro passato molto volentieri. Perché scrivere o anche solo raccontare questo Milan attuale è un esercizio desolante, avvilente e tremendamente frustrante per chiunque porti questi colori impressi nell&#8217;anima.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #0000ff"><em><strong>​“Abbiamo preso Ramos, sta arrivando Gila. Il nostro mercato non è finito, saremo aggressivi. Vogliamo dare a Ruben la migliore squadra possibile molto prima della chiusura del mercato”.<br />
</strong></em></span><br />
​Così parlava Gerard Joseph “Gerry” Cardinale l&#8217;8 luglio, all&#8217;alba del suo quarto mercato estivo alla guida del Milan. Quarto, non il primo. Una precisazione doverosa per smantellare una volta per tutte la storiella comoda dell&#8217;ennesimo &#8220;anno zero&#8221; buona solo per vendere fumo ai creduloni. Nell&#8217;estate della finta rivoluzione, con una dirigenza azzerata sulla carta ma nei fatti rimpiazzata dalle stesse identiche figure che negli anni scorsi non hanno combinato nulla di buono, i soliti menestrelli si sono affannati a spiegarci che la proprietà aveva finalmente &#8220;fame&#8221;. Il risultato finale, a trattative concluse, è la solita abbuffata di fumo e parole a fronte di un deserto operativo: il &#8220;Gerry affamato&#8221; ci ha rifilato l&#8217;ennesima rosa &#8220;Emmentaler&#8221;, piena zeppa di buchi, consegnata ad un allenatore a cui sono state promesse montagne per poi lasciarlo a piedi al primo ostacolo serio.</p>
<p style="text-align: justify">​Sia chiaro un concetto fondamentale, perché qui nessuno chiede la luna, la spesa folle tanto per fare colpo sui social o la corsa a chi brucia più milioni per finire in prima pagina. A Gerry Cardinale io non chiedo di vincere la Champions League dall&#8217;oggi al domani. Gli chiedo semplicemente di fare le cose con un minimo di senso compiuto, di razionalità, di logica elementare.<br />
​Il mercato di una squadra di calcio si giudica ottimale quando riesce a mettere in sicurezza la struttura, quando va a chiudere le falle esistenti e a dare completezza al progetto. Se una rosa presenta cinque lacune evidenti, e tu con mesi di tempo e milioni a disposizione ne sistemi soltanto due lasciando gli altri tre buchi clamorosamente aperti, quel mercato è un fallimento senza appello. Punto. Non ci sono narrative di comodo che tengano, non ci sono bilanci sorridenti che possano mascherare la cruda realtà del campo.<br />
​Per tornare a fare le cose con criterio, per ritrovare quella linearità che distingue un grande club da un cantiere permanente, il vero primo grande acquisto di questo Milan doveva essere un altro: <span style="color: #000000"><strong>una dirigenza competente</strong></span>.</p>
<p style="text-align: justify">Servivano uomini di calcio vero, professionisti navigati capaci di muoversi nei corridoi complessi delle trattative, di leggere con anticipo le esigenze di un organico e di prevenire i problemi anziché inseguirli affannosamente all&#8217;ultimo secondo. Invece si è preferito continuare a scommettere su un gruppo di lavoro improvvisato, messo a gestire dinamiche di un livello enorme per la prima volta nella propria carriera.<br />
​Restando all&#8217;aspetto puramente campo, la regia affidata a questo management ha prodotto risultati tragicamente visibili sotto gli occhi di tutti. Resta persino difficile decifrare quanta responsabilità reale abbia Rúben Amorim e quanta la società in questo scempio, ma la struttura della squadra parla da sola.</p>
<p style="text-align: justify">​Ci ritroviamo con un organico cronicamente sbilanciato. Una marea di trequartisti, mezze punte e calciatori dalle mattonelle sovrapposte, tra cui la scommessa da inquadrare Diego Moreira e la riserva del Nottingham Forest Omari Hutchinson arrivata in prestito, ma con crepe enormi nei ruoli in cui si decidono le stagioni. In attacco si rasenta il ridicolo: Gonçalo Ramos è l&#8217;unico centravanti d&#8217;esperienza. Se al portoghese viene un semplice raffreddore, l&#8217;unica alternativa reale resta il giovanissimo Camarda. Un talento puro, un patrimonio inestimabile da tutelare con il bilancino, su cui è del tutto folle scaricare il peso di un reparto da tre competizioni solo perché non si è voluta acquistare una punta d&#8217;esperienza capace di fare da cuscinetto ed evitare di bruciare le tappe al ragazzo.</p>
<p style="text-align: justify">​In difesa la situazione è perfino peggiore: la coperta non è corta, è letteralmente strappata. Amorim aveva chiesto a gran voce un centrale dominante per difendere a campo aperto e si ritrova a pregare che Gabbia non debba finire sotto i ferri, dovendo poi arrangiarsi con Pavlovic, De Winter e il neoacquisto Gila. Senza più il blocco basso a proteggere il reparto, pensare di reggere cinquanta partite con questi interpreti, o con soluzioni di ripiego a sinistra come la coppia Bartesaghi-Estupiñán, non è un azzardo: è un suicidio tattico annunciato.</p>
<p style="text-align: justify">A centrocampo ci si affida alla speranza che Modrić abbia ancora gas nel serbatoio, mentre nelle prime uscite si è rivisto Musah. Parliamoci chiaro, senza girarci intorno: questo Milan non è una squadra da Champions League.</p>
<p style="text-align: justify">​A completare il quadro di questa estate surreale c&#8217;è il capitolo uscite. A parte la cessione di Rafael Leão, la società è stata completamente incapace di vendere a titolo definitivo qualsiasi altro elemento fuori dal progetto, lasciando a bilancio ingaggi pesantissimi e dimostrando tutta l&#8217;inconsistenza di chi dovrebbe gestire le trattative nei tavoli che contano.<br />
​Ma il capolavoro dell&#8217;assurdo, la goccia che fa traboccare un vaso ormai colmo di rabbia, è la gestione di Fikayo Tomori. Dopo mesi passati a escluderlo dal progetto, a metterlo fuori rosa con una fermezza ostentata e a giurare che non ci sarebbe stato alcun reintegro, a dieci minuti dal gong finale è arrivata la clamorosa retromarcia.<br />
Però penso anche che il reintegro di Tomori è una scelta farsesca, ma alla fine tragicamente corretta.</p>
<p style="text-align: justify">​Incrociare le braccia e lasciarlo in tribuna da separato in casa, mentre la difesa affonda tra limiti tecnici e numerici, sarebbe stato un autogol masochista che il Milan non poteva assolutamente permettersi. Ammettere i propri errori e fare un passo indietro può anche sembrare un atto di lucidità di fronte al baratro, ma la colpa imperdonabile sta nell&#8217;aver capito come stavano le cose soltanto il primo settembre, dopo aver sprecato due mesi preziosi a fare i gradassi.</p>
<p style="text-align: justify">​Adesso la patata bollente passa tutta nelle mani di Amorim, che si trova a dover gestire uno spogliatoio spaccato nell&#8217;orgoglio e a dover fare acrobazie dialettiche per giustificare un dietrofront imbarazzante davanti ai media. Il difensore di livello non è arrivato, la rosa è rimasta corta e il reintegrato per disperazione rientra nei ranghi nell&#8217;imbarazzo generale di tutto l&#8217;ambiente.<br />
​Mentre gli inguaribili gonzi continuano ad applaudire e a cercare una logica dove c&#8217;è solo un&#8217;improvvisazione disarmante, la realtà è che la proprietà ha servito l&#8217;ennesimo boccone amaro a chi ama davvero questi colori. Chi ha vissuto il vero Milan, chi ha conosciuto l&#8217;inferno della B e le vette dell&#8217;Europa, non può accettare questo lento decadimento.</p>
<p style="text-align: justify">Io chiedevo solo logica,  chiedevo un minimo di competenza e rispetto per la nostra storia. Ci hanno dato l&#8217;ennesimo cantiere aperto, sgangherato e privo di equilibrio. Adesso Amorim e la dirigenza si accomodino al banco degli imputati, perché la pazienza dei tifosi veri è finita e il campo, come sempre, non farà sconti a nessuno.</p>
<p><strong><em>W Milan</em></strong><br />
<span style="color: #ff0000"><strong><em>Harlock</em></strong></span></p>
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		<title>Un passo avanti e tre indietro, una sola speranza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Joker]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 06:00:39 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">E anche questo mercato, &#8216;ce lo semo levato dalle&#8230;&#8217;. Iniziamo così, con una semi-citazione. E che mercato, differente senz&#8217;altro nelle modalità viste negli ultimi anni ma, senza dubbio, non troppo distante da quelli recenti dal punto di vista delle aspettative dei tifosi ai nastri di partenza. Ennesima altalena rossonera che, quest&#8217;anno, è stata caratterizzata dai colpi costosi, i colpi di scena e i colpi di coda. Un modo nuovo di tirare le freccette anche se, non diversamente dagli altri anni, con la sensazione che arriveranno ben distanti dal bersaglio. Inutile dare voti o confrontare la sessione con quella di altri club di Serie A. Basta l&#8217;ennesima riconferma di non aver una rosa completa numericamente per ciò che attende il Diavolo, considerando anche l&#8217;Europa League, condita da un sorteggio tutt&#8217;altro che agevole. Nulla di favorevole, sulla carta, e la figura barbina del reintegro di Tomori dopo averlo messo alla porta.</p>
<p style="text-align: justify"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-26024 aligncenter" src="https://jolly-franklin.94-76-254-44.plesk.page/v2/wp-content/uploads/2022/08/tomori-image-min-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" /></p>
<p style="text-align: justify">Sarà un Milan che dovrà fare di necessità virtù e, molte di queste virtù, dovrà sperare di trovarle nei giovanissimi che, come detto e auspicato dal tecnico Amorim, saranno &#8216;costretti&#8217; ad essere schierati in campo nel corso della stagione. Ci si aspettava di più, o forse no. Ci si aspettava sicuramente qualcosa di diverso e, paradossalmente, lo abbiamo avuto. Il campo ci dirà se &#8216;diverso&#8217; sarà sinonimo di &#8216;migliore&#8217;  ma, ad oggi, quasi ognuno di noi ha la percezione di aver fatto un passo avanti e tre indietro. Nonostante i 6 punti in due partite di avvio del nuovo campionato, la squadra ha già evidenziato i propri limiti strutturali, mostrando sicuramente un piacevole spunto tattico nell&#8217;approcciare la partita, portato dal nuovo allenatore, ma cadendo sempre nelle consuete fragilità che ti rendono una squadra limitata nelle ambizioni. Ora arriva l&#8217;impegno contro la Juventus di Luciano Spalletti e si può già serenamente parlare di primo esame. I bianconeri hanno sia giocatori insidiosi nello stretto come brevilinei, sia pericolosi nella verticalità e, seppur abbiano mostrato una certa bulimia realizzativa nelle prime sfide contro Frosinone e Parma, hanno le caratteristiche per poter colpire al cuore dei limiti del Milan. Il trend delle ultime sfide contro la Juventus, inoltre, non lascia tranquilli. Servirà una grande prestazione e, andando oltre il match contro la Juve, servirà una grande coesione da parte di tutto il gruppo. Oltre alla coesione, un pizzico di fortuna perché già qualche infortunio può mandarti in emergenza presto. La sola speranza che pervade l&#8217;animo rossonero è rappresentata prettamente dal gruppo squadra.</p>
<p style="text-align: justify"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-40614 aligncenter" src="https://jolly-franklin.94-76-254-44.plesk.page/v2/wp-content/uploads/2026/08/amorim-cardinale-300x174.jpg" alt="" width="300" height="174" srcset="https://jolly-franklin.94-76-254-44.plesk.page/wp-content/uploads/2026/08/amorim-cardinale-300x174.jpg 300w, https://jolly-franklin.94-76-254-44.plesk.page/wp-content/uploads/2026/08/amorim-cardinale-1024x595.jpg 1024w, https://jolly-franklin.94-76-254-44.plesk.page/wp-content/uploads/2026/08/amorim-cardinale-768x446.jpg 768w, https://jolly-franklin.94-76-254-44.plesk.page/wp-content/uploads/2026/08/amorim-cardinale.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: justify">Rispetto alle passate stagioni, la squadra attuale non presenta elementi che, apparentemente, possano esser nocivi per l&#8217;impegno e, la nuova aria di intraprendenza tattica portata da Ruben Amorim, non può che supportare la crescita delle prestazioni rossonere. La folta presenza di giovani, non di meno, è uno stimolo a non distaccarsi totalmente dalle trame stagionali che attendono il Diavolo. La (non) dirigenza non ha volti che si sono resi &#8211; per ora &#8211; protagonisti di disastri, anche perchè è già difficile vederli i &#8216;nuovi&#8217; volti dell&#8217;ennesima rivoluzione rossonera, quindi, quantomeno è un gruppo che suscita un minimo di interesse e vicinanza. Poi, sappiamo bene tutti quanti bocconi amari possono arrivare da qui a maggio dell&#8217;anno prossimo. Staremo a vedere, intanto, teniamoci quest&#8217;unica speranza di vedere sbocciare un mix di giocatori molto giovani e più affermati come accaduto negli unici anni felici della nostra storia recente, quantomeno assecondando la filosofia dell&#8217;allenatore ex Manchester United. Peccato dover ricorrere sempre a speranze complesse ma non resta molto altro. Vedremo anche, se nel corso dei mesi, avremo un (nuovo?) direttore sportivo visto che si sono riaccese le voci attorno alla figura di Krosche, già nome forte all&#8217;inizio dell&#8217;estate poco dopo la cacciata generale del direttivo tecnico. Step by step, partita dopo partita perchè, pensare a lungo termine, porta solo ad ulteriori punti interrogativi e preoccupazioni. Gerry Cardinale sa quello che sta facendo? Il gruppo risponderà in modo positivo e concreto al cambio di passo di Amorim? Si ritroverà un po&#8217; di ambizione e competitività? Intanto speriamo di ritrovare la vittoria che manca da un pò troppo contro la Juventus. Sarebbe un enorme boost per la fase di partenza del nuovo campionato e per l&#8217;autostima di un gruppo nuovo che sta ancora cercando di capire quanto possa spingersi in là con le ambizioni, così come noi tifosi del resto. Aspettiamo e&#8230; speriamo. Forza Milan.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #ff0000"><em><strong>Joker</strong></em></span></p>
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		<title>L&#8217;arte del mercante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[deadoc3]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 06:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AC Milan]]></category>
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		<category><![CDATA[Redazionali]]></category>
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					<description><![CDATA[Apro l&#8217;articolo di oggi specificando che l&#8217;arte del mercante non appartiene ai 4 parvenu presenti nella nostra dirigenza\proprietà\gruppo di lavoro. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Apro l&#8217;articolo di oggi specificando che l&#8217;arte del mercante non appartiene ai 4 parvenu presenti nella nostra dirigenza\proprietà\gruppo di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Come volevasi ampiamente dimostrare, il mercato condotto dopo il defenestramento delle posizioni apicali è stato un mezzo disastro. Chiarisco subito il significato di mezzo: è arrivato Gila che sta dimostrando di essere già determinante e Ramos davanti qualche speranza la lascia coltivare. Non  mi addentro sui ragazzi arrivati in prestito o a suon di milioni perchè non li ho mai visti giocare e su Youtube sembrano (quasi) tutti fenomeni.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli acquisti sono stati fatti in quelli che l&#8217;allenatore riteneva i punti nevralgici del suo gioco, ma secondo molti pareri, compreso il sottoscritto, la rosa è ad oggi incompleta e\o inadeguata.</p>
<p>Manca sicuramente un centrale di difesa perchè le prestazioni di De Winter sono state ampiamente sotto la sufficienza. Rimane sempre da capire quando tornerà a giocare Gabbia e se Diawara sarà l&#8217;ennesima meteora acquistato per qualche strano motivo estraneo a dinamiche di campo.</p>
<p>Sull&#8217;out di sinistra si sperava di non vedere più Estupinan ma ce lo dovremo sorbire assieme a Bartesaghi, sperando di vedere più l&#8217;italiano che l&#8217;ecuadoriano. Ci sarebbe anche l&#8217;opzione Moreira, che da esterno di centrocampo ha giocato spesso nella sua carriera, e che a detta di Amorim potrà giocare sia a destra che a sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Sull&#8217;out di destra per ora Chukwueze sta convincendo, ma non abbiamo garanzie sulla sua costanza di rendimento, ammettendo che possa giocarle tutte da titolare. La sua riserva diretta sarebbe Saelemakers, per il quale però Amorim vede un ruolo più vicino alla punta, come secondo trequartista (o come primo casinista, fate vobis). Al suo posto potrebbe giocare anche Moreira, ammettendo che Bartesaghi sia titolare a sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">A centrocampo abbiamo un po&#8217; di abbondanza numerica ed è forse il reparto più coperto, sperando che le prestazioni positive di Musah non siano fuochi di paglia e che magari si possa anche pensare di inserire gradualmente nelle rotazioni Comotto. Rabiot potrebbe sia fare il centrale affiancando Modric, sia fare il trequartista. Rimane da capire quale ruolo abbia Jashari, ad oggi, nella testa del mister.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla trequarti, i due posti di trequartista dietro la punta ad oggi sono stati ricoperti da Cisse e da Loftus-Cheek in attesa che Rabiot entri definitivamente in forma e che anche Pulisic possa essere inserito nelle rotazioni (anche se ho il sospetto che Capitan America il campo lo vedrà poco quest&#8217;anno). In realtà, per la trequarti è stato preso anche Hutchinson che dovrebbe avere parecchie chanches di giocare.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta più criticata dalla maggior parte dei tifosi, e che invece io trovo l&#8217;unica sensata e con una logica, è quella di rimanere davanti con i soli Ramos e Camarda. Qualcuno sostiene che si sia scelto di rimanere così perchè non ci sono soldi in cassa (e su questo ci torneremo), e potrebbe anche essere così. Volendola però vedere come una scelta ponderata ed in buona fede secondo me è\era l&#8217;unico modo per poter responsabilizzare Camarda e farlo sentire dentro il progetto. Sapere che giocherai sicuramente se dovesse mancare il 9 titolare potrebbe portare il ragazzo ad alzare l&#8217;asticella per farsi trovare sempre pronto. E qualora invece Camarda fallise, rimangono in piedi, anche a detta dello stesso Amorim, le ipotesi Pulisic e Loftus-Cheek (Dio ce ne scampi) nel ruolo di falso nove.</p>
<p>Fin qui ho analizzato il lato tecnico del mercato condotto senza un DS ed affidato completamente alle mani di Mendes.</p>
<p style="text-align: justify;">A voler vedere il lato economico, questo mercato a suon di milioni è stato effettuato grazie ai bilanci in attivo che sono stati ereditati dagli anni precedenti e dal fatto di essere usciti dal Settlement Agreement stipulato con l&#8217;UEFA. Rimangono però molte perplessità sul valore dei cartellini di molti acquisti fatti (Ramos su tutti, Moreira subito a seguire) e l&#8217;idea che si siano spesi malamente i soldi disponibili non è così lontana dalla realtà. Ad oggi, soprattutto dopo aver venduto Leao, non ci sono più risorse per poter investire su nuovi acquisti tanto più che Hutchinson è arrivato in prestito ed a quanto pare la rosa a disposizione di Amorim rimarrà questa.</p>
<p>Il vero tasto dolente, che si ricollega alla questione economica, riguarda però le cessioni. Mentre l&#8217;anno scorso Tare aveva condotto un mercato in uscita da 8, cedendo a titolo definitivo molti esuberi della rosa, quest&#8217;anno senza un DS che avesse rapporti con altre società il nostro mercato in uscita si è rivelato un vero calvario.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo venduto il calciatore più pagato della rosa per 38 milioni di euro + bonus (non ufficializzati, a meno di voler dar retta a qualche pennivendolo vicino alla società) + il 20% sulla futura rivendita. Se veramente Leao era il calciatore  più determinante della rosa, come è stato possibile venderlo a qualche giorno dalla fine del mercato e per di più per una cifra simile a quanto il Milan ha sborsato l&#8217;anno scorso per Jashari (34 milioni di parte fissa + 3-5 milioni di bonus)? Calciatori con status simili, almeno sulla carta, vengono o dichiarati incedibili o venduti a cifra ben superiori.</p>
<p>Volendo superare la questione Leao i nostri mitici eroi sono riusciti nella pur difficile impresa di vendere tutti gli esuberi in PRESTITO. Nkunku, costato circa 40 milioni l&#8217;anno scorso, è tornato al Lipsia in prestito oneroso (3 milioni) con diritto di riscatto. Stessa sorte è toccata a Ricci, il cui prestito (sempre con diritto) ha fruttato 1,5 milioni. Athekame, Gimenez, Odogu, Kostic e pare Fofana lasceranno il club in prestito gratuito con diritto di riscatto. Per liberarsi dell&#8217;ingaggio di Bennacer è stato necessario risolvere il suo contratto.</p>
<p>Tralascio la questione Tomori e la gestione degli esuberi finiti fuori rosa. Una scelta forse sensata, ma completamente sbagliata nei modi e nei tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, alla luce di quanto sopra, alcune domande sorgono spontanee:</p>
<p>&#8211; Il Como ha bisogno di acqustare italiani per la questione delle liste; come è possibile che non si sia potuto cedere Ricci a titolo definitivo?</p>
<p>&#8211; Abbiamo speso 74 milioni per Ramos; Il Como ha acquistato Kean per 40 milioni. Sarebbe stato un investimento più sicuro un calciatore che conosce già la Serie A?</p>
<p>&#8211; Come è possibile che Nkunku, Fofana e Gimenez non avessero estimatori in giro per l&#8217;Europa che fossero disponibili ad acquisti definitivi?</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, molte cose assumerebbero un senso se viste nell&#8217;ottica di un progetto: eliminare tutte le prime donne e dare precedenza al gruppo squadra. Cercare quindi di trasformarsi da una squadra Leao centrica in una squadra che fa del gioco e dei movimenti di tutti i calciatori i propri punti di forza. Ma anche in questo caso, quando i meccanismi si incepperanno o non funzioneranno a dovere, in chi dovremo riporre le nostre speranze?</p>
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